La mia vita lavorativa cominciò molto presto. Era l’anno 1954, avevo 8 anni e, dopo la scuola, andavo a lavorare fino al calar del sole, circa verso le ore 20 (non avevo un orologio e prendevo come punto di riferimento l’ombra del campanile del paese) per rimediare qualche uovo, un po’ di farina e quello che capitava per aiutare la mia numerosa famiglia.


Lavoravo presso un mio zio Romualdo, un contadino mezzadro, come garzone, eseguivo tutti piccoli lavori e, tra le altre cose, nel tempo dell’aratura avevo il compito di accompagnare ( o meglio guidare) con una corda un paio di bestie che trainavano l’aratro costruito con un legno molto duro,questa “guida” era detta “stroppa”. L’aratura era uno dei lavori più faticosi della campagna, servivano almeno un paio di bestie, potevano essere vacche le quali avevano un nome preciso: “favurì” la mucca che camminava dentro il solco e “galantì” l’altra che camminava sulla terra ancora soda; per arare servivano due persone, un uomo che reggeva l’aratro e di solito un bambino che accompagnava (in gergo di allora “toccava” con un “vengo” o una piccola frusta lungo i fianchi le bestie per stimolarle ad andare avanti diritte lungo la “torna”). Lo stesso aratro, pur essendo di legno, in punta aveva una “gomiera” di ferro (in italiano “vomere”), una specie di lancia piatta e ricurva, il cui compito era quello di penetrare nella terra soda, la seconda parte dell’aratro era costituita dalla “tavola” di legno ricurvo che accompagnava la zolla fatta dalla gomiera.

Accadde che un giorno d’estate si perse la vite in ferro che teneva insieme la gomiera con la tavola,

così zio Romialdo mi mandò da Gresta Leobino, che tutti chiamavano Bino, che era il fabbro del paese. Non feci in tempo ad entrare nella bottega che Assunta, la madre di Bino,

mi riconobbe e disse al figlio “guarda, c’è uno dei figli di Emilio e di Gina” io ero il 2^ di 5 fratelli.

Nell’attesa che Bino costruiva la grossa vite io mi guardavo intorno incuriosito da tanti attrezzi e tanto ferro dalle forme più strane;

 

il fabbro si accorse di questo mio interesse e mi chiese se mi sarebbe piaciuto entrate a bottega da lui. Gradii la proposta tanto che la sera, una volta a casa, ne parlai con i miei genitori i quali diedero il loro assenso e da allora il ferro è stato il mio fedele compagno di vita.


A quel tempo il fabbro serviva soprattutto i contadini, il pagamento avveniva sotto forma di contratto a baratto o cottimo. Nella bottega di Bino si costruiva un pò di tutto: falce e falcetti , vanghe, zappe, asce, attrezzi anche da macellaio come coltelli e mannaie che con l’uso continuo necessitavano di riparazioni e Bino era sempre li pronto a rimediare ai danni che la fatica e il tempo producevano.

Ben presto compresi che fare il fabbro non significava solo costruire attrezzi in ferro, era un mestiere complesso, spesso ci chiamavano per cambiare i ferri alle mucche o ai buoi. Questi animali da lavoro erano bestioni di stazza enorme, il loro peso andava dai 7 quintali per le mucche ai 10 quintali per i buoi (tori privati dei testicoli, la menomazione era necessaria per rendere quelle montagne di muscoli più docili e meno irrequieti ai comandi del contadino). Un altro attrezzo che mi è rimasto nella memoria è il “tranvaio”, una grande struttura di legno che serviva per immobilizzare le vacche o i buoi (per far si che noi potessimo lavorare in sicurezza) e una volta che l’animale si trovava dentro dovevamo entrare per compiere le operazioni del caso, ferrare o curare uno zoccolo infetto. Questa era un’operazione che richiedeva una certa dose di coraggio in quanto trovarsi con una bestia di 10 quintali da un lato e una staccionata di legno dall’altro non era una cosa troppo simpatica, comunque riuscivamo sempre a compiere il lavoro nel migliore dei modi. Tutti gli zoccoli venivano ferrati a cadenza regolare ma le gambe che dovevano sopportare lo sforzo maggiore finivano prima il ferro, di conseguenza queste erano soggette a più cambi durante la stagione agricola. Sin qui ho parlato di ferro per lo zoccolo, ma è giusto anche dire che la vacca e il bue hanno due ferri o meglio due mezze lune, come due spicchi di arancio, inchiodate distintamente in quanto il piede di detti animali al centro dello zoccolo ha un tessuto molle, a differenza del cavallo che ha un semicerchio tutto unito. Questo stato di cose rendeva necessario formare i ferri sul posto, erano delle “vere scarpe” con numeri diversi a seconda della bestia da ferrare.



A quel tempo le strade non erano asfaltate, ma erano di breccia o terra battuta e, delle volte, capitava che qualche sassolino tagliente si infilava nel bel mezzo dello zoccolo proprio nelle due semilune con il risultato che si infiammava il piede dell’animale, in questi casi il fabbro diventava “chirurgo”, prendeva una specie di bisturi toglieva il corpo estraneo e disinfettava con la creolina, un potente germicida, poi si faceva una placca speciale che proteggeva l’incisione.

Questi ferri con le bollette (chiodi per ancorare il ferro all’unghia) venivano fatti nel periodo invernale quando il lavoro era più tranquillo, insieme a piastre, saltarelli, cerniere, garagoli e ferramenta varia per falegnami.

Il ferro per realizzare questi lavori si andava a recuperare in un vecchio deposito di un rigattiere che aveva anche residui bellici della 2^ guerra mondiale. Il deposito si trovava abbastanza distante dalla bottega, a circa 30 km., verso Jesi, così Bino ed io a bordo di una BSA (moto carrozzina inglese) partivamo alle prime luci del giorno. In quel luogo facevamo spesa, compravamo un po’ di tutto, comprese delle barre in ferro, che a volte erano troppo lunghe, allora era compito mio tagliarle a misura utilizzando una vecchia sega a ferro; una volta dovetti tagliare persino una trave di binario della ferrovia.

I tempi cambiarono in fretta, nel giro di qualche anno sparirono gli aratri in legno così come i buoi che vennero sostituiti dai primi trattori. La meccanizzazione anche in agricoltura non era più riservata ad una élite, ma divenne ben presto di ampio utilizzo così Bino dovette far fronte al nuovo modo di coltivare la terra.
Ma Bino era una persona geniale, imparò ben presto a costruire estirpatori, aratri seminatrici e rulli, insomma, la bottega trovò un nuovo impulso ed io appresi sempre più conoscenze riguardo al ferro e al suo utilizzo, perché essendo un materiale molto duttile poteva essere utilizzato per scopi diversi.
Nella bottega costruivamo dal nulla tanti rulli (attrezzo composto da tre cilindri collegati tra loro da una sala) i cilindri in ferro e il “cuore” in cemento che pesavano molto e venivano utilizzati dopo la semina, avevano il compito di pressare la terra e mantenere il chicco di grano nella giusta profondità. Una volta, per una particolare esigenza, ne costruimmo uno con ben 5 cilindri, tre nella parte anteriore e due sterzanti posteriormente.


Nella costruzione del rullo il mio compito era anche quello di impastare rena e cemento per riempire i cilindri.



La genialità di Bino la ritrovai anche nella costruzione degli estirpatori, penso sia stato il primo a concepirlo con le ruote in gomma (ruote che si recuperavano a Gambettola da un grande demolitore che aveva persino dei reperti bellici, dette ruote servivano per tendere il cingolo dei carri armati).
Di questi attrezzi ne costruivamo molti anche su richieste particolari ad esigenza del contadino, il più richiesto era un tipo di estirpatore chiamato “7 colli” (lance). Bino, per renderlo più agile, ne costruì uno con uno snodo posizionato tra sala e gruppo lance, questo era possibile sollevarlo da terra,effettuare la manovra di torna e riposizionarlo.

Per me, ancora ragazzino, trovarmi in quella bottega, a diretto contato con un uomo geniale, significava scoprire ogni giorno cose nuove e questo alimentava la mia curiosità, la mia voglia di mettermi alla prova per vedere se ero o meno capace anch’io di costruire da solo qualcosa di bello o di utile.
Così un bel giorno, di nascosto di Bino, presi dei scarti di ferro e mi cimentai nella costruzione di modellini in miniatura di estirpatori, aratri, rulli, trita foraggi (che per me rappresentavano dei giocattoli), come quelli realizzati in bottega. Imparai a saldare anche con la forgia; le prime saldature fatte ad elettrodo me le ricordo più che altro per il bruciore agli occhi, ma nello stesso tempo compresi che anche io potevo diventare un fabbro perché sentivo che la lavorazione di questo metallo sarebbe stato il mio mestiere. Nel tempo riuscii a costruire in scala tutti gli attrezzi di Bino, da allora sono passati all’incirca 60 anni, ma li conservo come una delle cose più care che possiedo.

A forza di battere e saldare il ferro Bino si accorse che nella bottega mancava qualcosa, così scoprì il mio piccolo segreto, si arrabbiò molto, ma fu il classico fuoco di paglia. Mi ricordo di un episodio, accaduto qualche tempo dopo, di un cliente che dovendo commissionare un estirpatore pretendeva di vederne uno realizzato, ma non avendone Bino in officina prese il mio modellino lo mostrò e concluse l’affare; questo, ovviamente, stemperò di molto la mancanza di ferro in bottega, anche perché con mia grande soddisfazione i modellini fungevano da presentazione ufficiale delle macchine successivamente costruite (tanto che poi, col passare degli anni, in anzianità Bino si mise anche lui a realizzare delle miniature di aratri e di estirpatori).
Il trascorrere del tempo cambiò molte cose, ma l’estate rimaneva la stagione con più lavoro sia per i contadini che per i fabbri. Era la stagione della mietitura e battendole con un apposito martello si affilavano su di un’ incudine falci e “falcefenara”.

Con agosto arrivava il tempo dell’aratura e allora vedevo file di contadini che con sacco di juta in spalla e un pezzo di pane in mano aspettavano davanti alla bottega per assottigliare (“stiare” i “ferri”) le gomiere e gli spuntoni e i contri; insomma per noi era tempo di grande lavoro e sudore, ma anche per i contadini non era la stagione di ferie e di mare.
Ricordo un episodio divertente di un contadino che entrò in bottega e avvicinandosi alla forgia mise un piede (a quel tempo le scarpe si indossavano solo la domenica) sopra una gomiera ancora violacea, e per qualche secondo il suo piede fumò, ma lui non si accorse di nulla tanto che chiese “Bino cosa è questa puzza “de cristianine?”, fummo noi ad avvertirlo dell’incidente, a quel punto il malcapitato fece un salto e corse subito verso la tinozza dell’acqua.
Quando io arrivavo al lavoro fuori della bottega c’era tanta gente, alcuni giocavano a carte, altri avevano dormito li davanti per essere i primi ad essere serviti. In tutta questa confusione Bino ed io battevamo a più non posso sopra gomiere e spuntoni, questi attrezzi si dovevano assottigliare e, nonostante l’uso della forgia, si faceva una fatica bestiale, i muscoli venivano messi a dura prova; alcuni pezzi, i più grandi, rendevano necessaria la presenza di due persone, in quanto si utilizzava una mazza da 5 ad 8 kg per “sgrossare” e un martello da un 1,5 kg per rifinire.

Il tutto con una sincronia quasi ritmica perfetta per evitare l’incrocio tra martelli, questo suono si sentiva per tutta la borgata. Finita “l’assottigliatura” e reso perfetto il taglio si passava alla tempera, procedendo in queste fasi: si scaldava il pezzo a seconda della qualità e tipo di acciaio poi lo si raffreddava o in acqua o in olio minerale. Finito il periodo estivo, con settembre, il lavoro prendeva un tantino di respiro, si lavorava alla giornata, anzi, nel periodo della vendemmia si rimediava anche un pò di vinaccia e c’era il tempo per distillare in modo molto rustico (sopra la forgia) con un alambicco artigianale, fatto da una damigiana di vetro e una canna di rame, le torchiature dell’uva. Un giorno vidi arrivare in bottega una pecora, ed era la prima volta anche perché alle pecore non si mettono i ferri, di lì a poco la rividi senza pelle: era stata macellata e cucinata in un enorme pentolone; come per il maiale, anche della pecora non si gettava nulla, infatti il grasso veniva sciolto sulla forgia e una volta raffreddato (questa sugna) veniva utilizzato per stagnare le imperfezioni che si creavano nelle doghe delle botti del vino che erano di legno.

“Panta rei”, per dire che tutto scorre e passa, così anche per me terminò il tempo della fanciullezza tanto che Bino mi assunse con regolare contratto da operaio; in realtà quest’uomo mi trattava come un figlio forse perché, nonostante avesse avuto 4 figlie,

non aveva avuto nessun maschio per poter lasciare non solo la bottega, ma anche il suo grande sapere e, probabilmente,vedeva in me quel figlio desiderato.

All’età di 20 anni,

sia per spirito di avventura, ma anche per il desiderio di una certa indipendenza economica per poter aprire una officina tutta mia, decisi a malincuore di lasciare l’ Italia e la bottega di Bino; con l’aiuto di un amico che già lavorava in Germania emigrai anche io in quel Paese. In provincia di Stoccarda (Schwabisch Gmud) Lindach trovai lavoro in una grande fabbrica (Grau Gmbh - & Co. Werkzeug Und Formenbau)

che faceva gli stampi per la carrozzeria e laminati per le case automobilistiche “ Mercedes” e “Porsche” e vi rimasi per quattro anni. All’inizio per me quelli furono anni duri, sia per la difficoltà della lingua sia per la nostalgia della mia famiglia. Per fortuna mi misero a lavorare con altri italiani

e questo mi aiutò molto nell’apprendere un pò di tedesco. Lavoravo a testa bassa, spesso facevo due turni al giorno delle volte anche tre e così iniziai a vedere i primi soldi,

una parte li spedivo in Italia per aiutare la mia famiglia, altri li mettevo di nascosto in un salvadanaio, il restante mi serviva per pagare l’affitto di una camera con cucinino che avevo trovato presso una famiglia tedesca (Holz Kors) composta da marito, moglie e figli. Questa famiglia ospitava anche altri emigrati, ma per me, che ero il più giovane, rappresentava anche un punto di riferimento in terra straniera ,quasi fosse come la mia seconda famiglia.

Con il tempo, comunque, mi integrai bene, avevo il rispetto di tutti,

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e successivamente presi la patente. In fabbrica avanzai di grado, lavoravo sotto delle mastodontiche presse e, grazie alla mia forza e abilità, portavo a compimento questo lavoro da solo senza l’aiuto di nessuno.

IMMAGINE 24

A 24 anni avevo messo da parte un bel gruzzoletto e allora decisi, anche se con un po’ di amaro in bocca, che era tempo di tornare a casa.

In Italia, nel 1970, aprii una bottega tutta mia di 60 mq.,

mi iscrissi come “Impresa artigiana” al registro delle imprese nel 1977, con sacrifici, feci la mia seconda officina di ben 500 mq. e da allora non mi sono più fermato.



Negli anni non mi sono impegnato solo sul lavoro, ma anche nel sociale sia politicamente che culturalmente ricevendo molti ringraziamenti e attestati di riconoscenza,il più importante è nel 2013 la carica di “Cavaliere del Lavoro”.


Ma il mio pensiero corre sempre verso quelle persone che ricordo con affetto e grande rispetto, perché hanno fatto sì, con i loro insegnamenti, che io potessi realizzarmi come uomo, come padre di famiglia e come imprenditore di una bottega artigiana che ancora oggi è in piena attività e riesce a soddisfare tutte le richieste della clientela.

Fulvio Sebastianelli